Architettura a Melbourne. L’ RMIT Design Hub.

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Melbourne (per dirla alla australiana Melb’n e non Mel-born alla americana) è la città delle quattro stagioni in un giorno, ma non solo. E’ anche una città “colorata” e lo è per diverse ragioni: colori della pelle, colori della vegetazione, colori della terra e dell’oceano e colori dell’ambiente costruito.

Il volto di Melbourne è il volto della sua storia. Fondata nella prima metà dell’Ottocento dai coloni inglesi, quando già il territorio era abitato dalle popolazioni aborigene, questa città conobbe la sua fortuna grazie alla scoperta dell’oro nello stato del Victoria. In quel periodo confluirono a Melbourne ingenti quantità di denaro, favorendo una crescita vertiginosa. Furono abbattute le abitazioni in legno e fu costruita la maggior parte degli edifici in stile vittoriano che caratterizzano ancora oggi il centro storico, il Central Business District. L’appellativo di ‘Marvellous Melbourne’ risale proprio a quell’epoca. Successivamente, la grande ondata di immigrazione dopo la seconda guerra mondiale contribuì alla crescita della città e alla formazione di un melting pot di razze e culture.
Negli ultimi decenni poi, la costruzione di numerosi edifici moderni e di grattacieli ha generato una sovrapposizione di diversi linguaggi e stili architettonici. Passato e presente convivono, testimoniando ciascuno la propria era e facendo sì che non si riconosca uno stile distinto.

Visitare Melbourne oggi significa unire passato e presente e viverci da architetto è ancora più interessante. A volte ho la sensazione che le linee e i contorni degli edifici si fondano e si confondano in lontananza. Mi piace perdermi per le vie e fotografare quello che vedo in maniera forse compulsiva e anche un po’ irrazionale. Il centro si visita facilmente a piedi o in bici, percorrendo le vie della griglia cittadina che risale al 1837. Il tracciato, il golden mile, si deve a Robert Hoddle, il quale sotto le indicazioni del governatore di allora, suddivise rigorosamente l’area dell’attuale Central Business District in lotti regolari. Il governatore non amava l’idea della piazza cittadina, che riteneva un luogo di aggregazione in cui potevano diffondersi e proliferare idee “pericolose” come la democrazia, perciò oggi il tessuto urbano riflette in gran parte l’idea originale.

Passeggiando su Swanston Street, una delle vie centrali del CBD, non posso far a meno di notare l’alternarsi di edifici vecchi e nuovi: da Flinders Street Station (1854) a Federation Square (nata da un concorso internazionale e inaugurata nel 2002), dalla cattedrale di St. Paul (1852), passando per Manchester Unity Building (1932), Capitol Theatre (1924), City Town Hall (1870), Council House 2 (2005), Queen Victoria Village (2003), State Library (1856) e Melbourne Central (2005), solo per nominarne alcuni. Proseguendo verso nord, si susseguono le strutture del campus del Royal Melbourne Institute of Technology (RMIT).

Una in particolare non passa inosservata, è il nuovo landmark situato all’estremo nord del CBD, l’RMIT Design Hub, un centro per la ricerca inaugurato nel 2012, progettato dall’architetto australiano Sean Godsell in collaborazione con lo studio PeddleThorp.

Mi fermo a scattare qualche foto a questo edificio di dieci piani, semplice nella forma, un parallelepipedo senza fronzoli, che rivela la sua particolarità solo da vicino. La facciata, o meglio la pelle più esterna dell’edificio, è costituita da dischi di vetro opaco, tutti uguali, che ricoprono i quattro lati. Questo rigore è animato da un sistema computerizzato per la regolazione dei dischi, controllando la rotazione a seconda della posizione del sole e delle esigenze stagionali. Il lato nord, che nell’emisfero sud è quello più esposto al sole, è dotato di celle fotovoltaiche, parte di un progetto per lo studio e lo sviluppo di questa tecnologia.

Dietro la facciata a dischi del Design Hub si celano gli spazi progettati per ospitare studenti e ricercatori di diverse discipline, incoraggiando quella che è chiamata cross pollination, letteralmente impollinazione incrociata, cioè quando diverse discipline interagiscono e apportano ognuna il proprio contributo ad un progetto di ricerca comune. Ogni piano ha degli spazi stile warehouse; in sostanza sono stati concepiti come contenitori vuoti, una sorta di “scatole” facilmente adattabili a vari scopi ed esigenze, che possono essere occupate per progetti di diversa durata, da tre mesi a tre anni.

Dopo aver visitato alcuni dei piani che sono aperti anche al pubblico ed aver visto che gli studenti occupano le varie sale anche di sabato, mi avvio verso l’uscita. C’è chi lavora al computer, chi è concentrato (almeno così sembra) e chi ha le cuffie alle orecchie. Attraverso le sale dove sono esposti alcuni modelli “veri”, poi sbircio sugli schermi dei portatili e intravedo anche modelli virtuali di progetti per ora visionari. Chissà a cosa stanno lavorando…chissà a quando la prossima consegna o il prossimo esame. (Paola Provinciali)

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